Il Buddha non era un ciccione!
Il Buddha non era affatto grasso, come i piú credono, ma era anzi snello, molto ben proporzionato e aveva un portamento regale. Durante la strenua lotta che ingaggiò per raggiungere il risveglio, durata sei anni, si sottopose a tremendi digiuni. Leggiamo nel Canone, la piú antica scrittura buddista, come lui stesso descrive il devastante effetto dell'austerità sul suo fisico:
Questa descrizione ispirò gli artisti ellenistici del Gandhara (un'antica regione corrispondente grosso modo alll'odierno Afghanistan) a raffigurarlo seduto in meditazione magro come uno scheletro. Inoltre, si può facilmente immaginare come sia arduo accumulare anche un solo filo di grasso facendo soltanto un pasto frugale al giorno, come richiesto ancor oggi dalla regola dei bhikkhu (monaci buddisti) dettata e osservata prima di tutti dal Buddha in persona. Infatti, gli artisti buddisti piú antichi lo rappresentarono snello e flessuoso, secondo i dettami dell'ideale ascetico che lo stesso Shakyamuni incarnava.
Per la maggiore consuetudine che ho col buddismo theravada, un buon candidato mi sembrò all'inizio Anathapindika, uno dei mecenati del buddismo delle origini. Anathapindika era un ricco banchiere che incontrò il Buddha in casa del cognato. Anathapindika, in quell'occasione, ricevette gli insegnamenti dal Buddha in persona. Riconoscente, invitò a sua volta il Buddha e i monaci ad andarlo a trovare a casa sua, a Savatthi.
Tornato a Savatthi, girò tutta la città in cerca d'un posto adatto per ospitarvi il maestro e il suo seguito. Quando vide il bosco (vana) del principe Jeta, ovvero Jetavana, che gli sembrò il luogo ideale per il suo scopo, andò dal principe e tra loro si svolse il seguente dialogo: «Signore, datemi il vostro parco». «Non vi darei il parco nemmeno se lo ricopriste con la somma di centomila pezzi d'oro». «Il parco è preso, signore». «Il parco non è preso, uomo di casta inferiore».
Per stabilire se il parco fosse venduto oppure no si rivolsero ai giudici. E questi dissero che «poiché era stato dichiarato un valore, il parco doveva considerarsi venduto». Anathapindika, allora, fece arrivare l'oro sui carri e ricoprí il bosco di Jeta con centomila pezzi d'oro. Ma l'oro non era sufficiente per completare la ricopertura, cosí un piccolo lembo di terreno vicino al cancello rimase scoperto. Anathapindika ordinò di andare a prendere altro oro, ma il principe lo fermò: «Basta, signore. Non coprite quel pezzo. Lasciatemelo: sarà il mio dono al Buddha». Cosí Anathapindika acquistò il terreno dove fu costruito il primo monastero, a Savatthi. (Vin. Cv. Kh. 6; S.X. 8)
Invece, dopo aver fatto qualche ricerca e, soprattutto, grazie all'amico Enrico Federici che mi ha fornito una corposa (!) documentazione, mi sono dovuto ricredere: il buddha grasso che ride è P'i-pu-tai Ho-shang (che significa Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), abbreviato, per comodità, in Pu-tai. Si tratterebbe d’un lontano seguace cinese del Buddha, vissuto — pare — nel 900 dopo Cristo. Si dice che abbia condotto una vita da gaudente e poi, sazio delle gioie della vita, si sia dedicato con tale impegno alle discipline ascetiche da raggiungere l'illuminazione, meritandosi cosí l'appellativo di Buddha.
Pu-tai in giapponese è divenuto Hotei. Leggiamo nelle «101 storie zen»:
«Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare.
Aveva istituito un giardino d'infanzia della strada. Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano, dicendo: "Dammi un centesimo, uno solo". E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare lui ripeteva: "Dammi un centesimo". Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: "Qual è il significato dello Zen?". Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. "Allora" domandò l'altro "qual è l'attuazione dello Zen?". Subito il cinese felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada».
In Tibet, Putai è noto come Hva-sang ed è anche colà raffigurato grasso e felice, con in mano un rosario e una conchiglia, spesso circondato da bambini. Anche se lo si include nella lista dei 18 Arahant, a rigore non lo è e non veste come tale, ma indossa uno scialle drappeggiato sulle spalle lasciando scoperto il grosso ventre. Contrariamente a quanto pensano i piú, non si tratta del Buddha Shakyamuni che, come abbiamo visto, a differenza di Pu-tai era snello come un giunco.
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