giovedì 16 novembre 2017

a NCHE IL lIVERPOOL F.C SUPPORTA L'OCCUPAZIONE CINESE

Dì ai direttori del Liverpool FC: smetti di sostenere l'occupazione, abbandona questo accordo

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Il Tibet Water Resources Limited (TWRL) sfrutta le risorse naturali del Tibet, un paese che è stato sottoposto a brutale occupazione militare per quasi 70 anni. Ora una delle squadre di calcio più importanti del mondo, il Liverpool, ha firmato un accordo di sponsorizzazione con loro.

Aziende come la TWRL sono in grado di prendere le risorse del Tibet solo a causa dell'occupazione, un'occupazione sostenuta dalla repressione e dagli abusi dei diritti umani.

Il suo marchio - e ora il Liverpool FC - conferisce legittimità all'occupazione e alla violenza e alla repressione che l'accompagnano.

Il governo cinese sa che può continuare a farla franca con la repressione in Tibet se la sua occupazione ha legittimità. E associare il Tibet a importanti marchi globali come il Liverpool FC è un ottimo modo per normalizzare la situazione brutale.

I club della Premier League non sono mai stati più ricchi, con il Liverpool che ha ricevuto oltre 148 milioni di sterline dalla TV e dai premi in denaro l'anno scorso. Il club è anche tornato in Champions League, guadagnandone altre decine di milioni - possono facilmente permettersi di abbandonare questo affare spericolato.

I tibetani hanno già protestato la mossa, distribuendo volantini all'inaugurazione della Premier League del Liverpool e contattando i direttori del club per avvertirli del danno che questa operazione rischia di fare. Ora hanno bisogno del nostro aiuto - mandano un messaggio a John W. Henry, proprietario del Liverpool FC, per fargli sapere che sostenere l'occupazione militare e lo sfruttamento delle risorse del Tibet non è un'opzione.

Liverpool FC: difendi i tibetani e annulla l'accordo con la Tibet Water Resources Limited.

una sola PAROLA


LA CINA RIMANE "IL PIÙ GRAVORE DEL MONDO DELLA LIBERTA 'INTERNET"


   
15 novembre 2017
Il rapporto della Freedom House include casi di tibetani puniti per scritture online e comunità che hanno tagliato le loro comunicazioni

La Cina è stata ancora una volta nominata dall'associazione politica statunitense Freedom House come il peggior regime al mondo per la libertà di internet.

Questo è il terzo anno consecutivo che Freedom House ha definito la Cina il peggior violentatore della libertà online. Nel suo nuovo rapporto, "Libertà della rete 2017: manipolare i social media per indebolire la democrazia", ​​l'organizzazione mette in evidenza una censura diffusa sui social media, come l'app di messaggistica WeChat, insieme a leggi restrittive sulla sicurezza informatica, nuove normative sulla raccolta di notizie online e dure condanne carcerarie per attivisti e blogger online.

L'arresto della Cina sulla libertà di internet è considerato intensificante in vista del Congresso Nazionale del Partito comunista cinese nell'ottobre 2017, dove il potere di Xi Jinping è stato consolidato con un secondo mandato quinquennale come Segretario Generale. Durante il suo discorso di apertura di tre ore, Xi ha promesso di aumentare i già severi controlli su Internet come parte di uno sforzo per "opporsi chiaramente e resistere all'intera gamma di punti di vista errati".

UNA GUERRA SULLA PRIVACY, UN BAN SUL DISSENTE

Il rapporto menziona gli effetti di queste severe restrizioni sui tibetani, compreso il modo in cui le autorità cinesi hanno risposto agli eventi in Tibet (come l'autoimmolazione) chiudendo l'accesso ai sistemi di comunicazione come WeChat. Il Free Tibet ha registrato diversi casi negli ultimi anni in cui le comunicazioni sono state tagliate sulla scia delle auto-immolazioni in un apparente tentativo di impedire la diffusione di notizie.

Coloro che esprimono opinioni critiche sul governo sono detenuti per motivi di sicurezza nazionale. Lo scrittore e blogger Shokjang, ad esempio, è stato arrestato a marzo 2015, alcuni giorni dopo aver bloggato sulle molestie della polizia contro i tibetani. Ora sta scontando tre anni di carcere. Il marzo seguente, tre tibetani sono stati arrestati dopo aver discusso di WeChat sulle recenti elezioni tibetane.

Negli ultimi anni Free Tibet ha anche riferito di casi di tibetani con i loro telefoni cellulari cercati dalla polizia per qualsiasi contenuto "reazionario", come canzoni tibetane, e anche incursioni di polizia mascherata su internet cafè.


UN DECLINO MONDIALE IN LIBERTÀ

Il rapporto di Freedom House descrive un aumento generale dei governi che interrompono i servizi Internet, in particolare i servizi mobili, per ragioni politiche, oltre a dirigere più risorse nella manipolazione dei social media e delle informazioni online, pratiche che il Tibet libero ha esposto su Twitter. Registra il 2017 come il settimo anno consecutivo in cui il livello di libertà di internet in tutto il mondo è diminuito. La Cina è tuttavia indicata come la peggiore violatrice, seguita da vicino dalla Siria, dall'Etiopia e dall'Iran.

Il declino della libertà di internet in tutto il mondo è stato anche caratterizzato da un numero crescente di attacchi - sia fisici che tecnici - contro le agenzie di stampa indipendenti, l'opposizione politica e i difensori dei diritti umani. Le tecniche utilizzate per distorcere le discussioni online e sopprimere il dissenso lanciato dai governi cinese e russo più di un decennio fa sono ormai diventate globali, osserva il rapporto.

AGIRE
In Tibet, il PCC controlla ciò che alcuni hanno definito la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Le autorità hanno il potere di accendere e spegnere la luce, di scrutare nelle e-mail dei tibetani un momento e far sparire i prigionieri politici dalle loro famiglie e dai loro amici, apparentemente nell'oscurità, il prossimo. Aiutateci a spingere affinché i prigionieri politici nascosti del Tibet vengano trovati e rilasciati.

il mio amico SATYA (VIVERE NEL PRESENTE)

Cosa significa vivere pienamente nel momento presente? Significa che la tua consapevolezza è completamente centrata sul qui e ora. Non ti stai preoccupando del futuro o pensi al passato. Quando vivi nel presente, vivi dove sta accadendo la vita. Il passato e il futuro sono illusioni, non esistono. Come dice il proverbio "domani non arriverà mai". Domani è solo un concetto, il domani è sempre in attesa di venire dietro l'angolo, ma dietro quell'angolo ci sono le ombre, non avere mai luce,


curiosita'

Il Buddha non era un ciccione!


Buddha & PutaiIl Buddha non era grasso. Gli artisti buddisti lo rappresentarono snello e flessuoso fin dai tempi più antichi. Ma, allora, chi è il ciccione che s'è imposto all'immaginario collettivo dell'Occidente, che erroneamente lo confonde collo Shakyamuni?

Il Buddha non era affatto grasso, come i piú credono, ma era anzi snello, molto ben proporzionato e aveva un portamento regale. Durante la strenua lotta che ingaggiò per raggiungere il risveglio, durata sei anni, si sottopose a tremendi digiuni. Leggiamo nel Canone, la piú antica scrittura buddista, come lui stesso descrive il devastante effetto dell'austerità sul suo fisico:
Buddha scheletrico«Il mio corpo raggiunse uno stato di estrema magrezza; gambe e braccia divennero come canne vecchie e appassite a causa del troppo poco cibo; il mio sedere divenne come il piede di un cammello; la mia spina dorsale divenne come le perle di un rosario, con le vertebre sporgenti e rientranti; le costole sporgevano come le vecchie travi di una casa scoperchiata; le pupille, infossate e piccolissime, rilucevano nelle mie orbite come in un pozzo i sottostanti specchi d'acqua rilucono in modo evanescente; la pelle del mio capo divenne vuota e grinzosa come una zucca selvatica tagliata fresca lasciata al sole; e quando volevo toccare il ventre giungevo alla spina dorsale, e quando volevo toccare la spina dorsale, giungevo di nuovo al ventre; cosí vicino mi era venuto il ventre alla spina dorsale per questa nutrizione estremamente scarsa; se volevo evacuare sterco e urina cadevo in avanti. Per rinforzare questo corpo, allora io strofinavo le membra con la mano, e mentre io cosí strofinavo le membra, cadevano i peli, putridi alle radici» (M. XXXVI).
Questa descrizione ispirò gli artisti ellenistici del Gandhara (un'antica regione corrispondente grosso modo alll'odierno Afghanistan) a raffigurarlo seduto in meditazione magro come uno scheletro. Inoltre, si può facilmente immaginare come sia arduo accumulare anche un solo filo di grasso facendo soltanto un pasto frugale al giorno, come richiesto ancor oggi dalla regola dei bhikkhu (monaci buddisti) dettata e osservata prima di tutti dal Buddha in persona. Infatti, gli artisti buddisti piú antichi lo rappresentarono snello e flessuoso, secondo i dettami dell'ideale ascetico che lo stesso Shakyamuni incarnava.
Buddha di SarnathNemmeno l'iconografia piú tarda lo ha mai raffigurato grasso, ma solo un po' atticciato, come, del resto, vengono rappresentati anche gli dei indú, come Rama, Krishna, Shiva ecc. in ossequio all'ideale di bellezza del popolo indiano, che aborre la magrezza, in quanto status-symbol di povertà. Infatti in India, i benestanti, che mangiano due o piú volte al giorno, sono bene in carne, ma chi non può permettersi che un pasto solo — ossia la stragrande maggioranza del popolo — è giocoforza magro, magrissimo. E perciò la magrezza, nell'immaginario popolare, non è per nulla desiderabile né attraente. Ebbene, ciononostante, il Buddha non viene mai raffigurato obeso. E allora, chi è il ciccione che ha colpito l'immaginario collettivo dell'Occidente, che erroneamente lo confonde col Buddha?
Per la maggiore consuetudine che ho col buddismo theravada, un buon candidato mi sembrò all'inizio Anathapindika, uno dei mecenati del buddismo delle origini. Anathapindika era un ricco banchiere che incontrò il Buddha in casa del cognato. Anathapindika, in quell'occasione, ricevette gli insegnamenti dal Buddha in persona. Riconoscente, invitò a sua volta il Buddha e i monaci ad andarlo a trovare a casa sua, a Savatthi.
Tornato a Savatthi, girò tutta la città in cerca d'un posto adatto per ospitarvi il maestro e il suo seguito. Quando vide il bosco (vana) del principe Jeta, ovvero Jetavana, che gli sembrò il luogo ideale per il suo scopo, andò dal principe e tra loro si svolse il seguente dialogo: «Signore, datemi il vostro parco». «Non vi darei il parco nemmeno se lo ricopriste con la somma di centomila pezzi d'oro». «Il parco è preso, signore». «Il parco non è preso, uomo di casta inferiore».
Per stabilire se il parco fosse venduto oppure no si rivolsero ai giudici. E questi dissero che «poiché era stato dichiarato un valore, il parco doveva considerarsi venduto». Anathapindika, allora, fece arrivare l'oro sui carri e ricoprí il bosco di Jeta con centomila pezzi d'oro. Ma l'oro non era sufficiente per completare la ricopertura, cosí un piccolo lembo di terreno vicino al cancello rimase scoperto. Anathapindika ordinò di andare a prendere altro oro, ma il principe lo fermò: «Basta, signore. Non coprite quel pezzo. Lasciatemelo: sarà il mio dono al Buddha». Cosí Anathapindika acquistò il terreno dove fu costruito il primo monastero, a Savatthi. (Vin. Cv. Kh. 6; S.X. 8)
AnathapindikaPer questo motivo per molto tempo ho creduto che il grassone felice col sacco, raffigurato nelle statuette cinesi che si trovano un po' dappertutto (anch'io ne ho da molti anni una sulla scrivania che mi serve da fermacarte, vedi foto) fosse proprio Anathapindika, che sorride sornione per il tiro giocato al principe, bello grasso e prospero come s'addice a un antico riccastro, appoggiato al sacco d'oro risparmiato quando il principe Jeta volle donare l'ingresso del parco per riscattarsi dalla magra figura.
Invece, dopo aver fatto qualche ricerca e, soprattutto, grazie all'amico Enrico Federici che mi ha fornito una corposa (!) documentazione, mi sono dovuto ricredere: il buddha grasso che ride è P'i-pu-tai Ho-shang (che significa Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), abbreviato, per comodità, in Pu-tai. Si tratterebbe d’un lontano seguace cinese del Buddha, vissuto — pare — nel 900 dopo Cristo. Si dice che abbia condotto una vita da gaudente e poi, sazio delle gioie della vita, si sia dedicato con tale impegno alle discipline ascetiche da raggiungere l'illuminazione, meritandosi cosí l'appellativo di Buddha.
PutaiÈ raffigurato come un monaco col capo rasato, ridente ed obeso, che impugna o s’appoggia a un sacco di cuoio — da cui il nome — contenente tutte le gioie terrene. Spesso leva in alto un braccio, o tutt’e due, tenendo nelle mani un fiore e un frutto. È spesso circondato da fanciulli che, a volte, cercano di imprigionarlo in una rete, e che rappresentano i vizi capitali ai quali è riuscito a sfuggire. È simbolo e augurio di appagamento dei sensi e di tutte le gioie materiali. Poiché ha goduto tutti i piaceri dell'esistenza ed ha per giunta conseguito il risveglio, è molto popolare e viene invocato dal popolo perché aiuti a conseguire le gioie materiali e l'appagamento dei sensi unitamente alla realizzazione spirituale.
Pu-tai in giapponese è divenuto Hotei. Leggiamo nelle «101 storie zen»:
«Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. HoteiAveva istituito un giardino d'infanzia della strada. Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano, dicendo: "Dammi un centesimo, uno solo". E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare lui ripeteva: "Dammi un centesimo". Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: "Qual è il significato dello Zen?". Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. "Allora" domandò l'altro "qual è l'attuazione dello Zen?". Subito il cinese felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada».
In Tibet, Putai è noto come Hva-sang ed è anche colà raffigurato grasso e felice, con in mano un rosario e una conchiglia, spesso circondato da bambini. Anche se lo si include nella lista dei 18 Arahant, a rigore non lo  è  e non veste come tale, ma indossa uno scialle drappeggiato sulle spalle lasciando scoperto il grosso ventre. Contrariamente a quanto pensano i piú, non si tratta del Buddha Shakyamuni che, come abbiamo visto, a differenza di Pu-tai era snello come un giunco.

martedì 14 novembre 2017

LAMA ZOPA RINPOCHE


SIMBOLOGIA DELLA BANDIERA TIBETANA

SIMBOLOGIA DELLA BANDIERA TIBETANA
1. La gloriosa e bellissima montagna bianca, situata al centro, simboleggia la grande nazione tibetana, famosa per le montagne innevate che la circondano.
2. I sei raggi di luce rossa diretti verso il cielo simboleggiano le sei tribù del Tibet: Se, Mu, Dong, Tong, Dru e Ra.
3. L’alternanza del colore rosso e del colore azzurro del cielo simboleggia la continua ricerca della retta condotta morale necessaria per mantenere e proteggere la legge spirituale e la legge temporale sancita dalle due divinità tutelari, una rossa e una nera, che hanno protetto il Tibet nel corso dei tempi.
4. I raggi emanati dal sole nascente sopra il picco della montagna innevata, simboleggiano l’eguale godimento, da parte di tutti i cittadini tibetani, della luce della libertà, della felicità spirituale e materiale e della prosperità.
5. La posizione della coppia di intrepidi leoni di montagna, il cui coraggio è suggerito dalle cinque sporgenze sulla sommità della loro testa, simboleggia il totale successo contro tutte le avversità delle azioni intraprese dal governo spirituale e secolare della nazione.
6. I tre gioielli colorati sopra ai leoni, bellissimi e radiosi di luce, simboleggiano la continua venerazione da parte del popolo Tibetano delle Tre Preziose Gemme, oggetti del rifugio.
7. Il mulinello della gioia, sorretto dai leoni, simboleggia l’osservanza della dirittura morale secondo le somme tradizioni rappresentate dai dieci precetti divini di virtù e dalle sedici regole etiche della vita laica.
8. Il bordo giallo simboleggia il fiorire e lo sviluppo degli insegnamenti del Buddha, paragonabili all’oro purissimo, attraverso spazio e tempo senza limiti.

I LAOGAI(CAMPI DI STERMINIO MADE IN CHINA)

 i laogai campi di sterminio cinesi Oggi in Cina vi sono almeno 1045 LAOGAI, dove milioni di uomini donne e bambini sono condannati ai...